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LA CITTA' DI COSA ED IL PORTO COSANO Il testo seguente può essere scaricato in versione integrale (formato .pdf di Adobe Acrobat Reader) dal sito della Soprintendenza Archeologica della Toscana all'indirizzo http://www.comune.firenze.it/soggetti/sat/ TUTTE LE FOTO SONO DI PROPRIETA' DEL WEBMASTER, E' POSSIBILE INGRANDIRLE CLICCANDOCI SOPRA
Posizione geografica La città di Cosa sorge sulla costa del Mar Tirreno su un promontorio roccioso (114 m s.l.m.), dove oggi si trova la località di Ansedonia, che il Tombolo della Feniglia aveva legato, in epoca remota, alla primitiva isola dell’Argentario. L’antica città comprendeva due alture, a est e a sud, divise da un’ampia sella, dell’Argentario. StoriaLa colonia di Cosa, di diritto latino, fu fondata dai Romani nel 273 a.C. dopo la sconfitta delle forze alleate delle città etrusche di Volsinii e di Vulci (280 a.C.) e la cessione di buona parte del territorio vulcente, compresa la fascia litoranea. La nuova colonia latina di Cosa venne così a controllare un’area geografica ampia circa 550 kmq. Il nome derivò, secondo alcuni, da quello più antico di Cusi o Cusia, relativo a un piccolo centro etrusco disposto sul luogo dell’attuale Orbetello.
La posizione
strategica e il carattere di fortezza, derivante dalla presenza di un
possente circuito murario, vanno messe in rapporto sia con la minaccia
che, negli anni intorno alla data di deduzione delle colonie, la potenz Il centro urbano presentò, fin dalla fondazione, un impianto costituito da una fitta griglia di strade che s’incrociavano ad angolo retto determinando sia lunghi isolati rettangolari per le case dei coloni sia aree più ampie destinate a ospitare edifici pubblici. Due erano le aree pubbliche della città: l’acropoli con funzione sacrale e il fòro, sede dell’attività politica della comunità. La colonia di Cosa costituisce anche un esempio di come la colonizzazione facesse risentire i suoi effetti non solo sul centro urbano ma sull’intero territorio, con infrastrutture quali ponti, strade, porti e la centuriazione: a Cosa è evidente che il territorio controllato fu ristrutturato in base a un progetto unitario e coerente.
Per risolvere le difficoltà di drenaggio della pianura costiera fu creata una rete di canali perpendicolari, aventi l’inclinazione del tratto terminale del fiume Albegna. L’attuale presenza di viottoli e canali di scolo, soprattutto nella valle di Capalbio, muniti della medesima inclinazione, mostra l’efficienza e la validità del controllo del regime idrografico, che fu in questa zona sempre problematico.
Nel I sec. a.C. i profondi mutamenti politici e sociali che investirono tutta la Penisola italica, si ripercossero anche su Cosa: la colonia si alleò, come la maggior parte dell’Etruria, con Mario contro Silla, ma alle sconfitte mariane seguirono le ritorsioni sillane. A Cosa non è documentata nessuna distruzione attribuibile a questo periodo, quali quelle riscontrabili in altri centri (Talamone, Vetulonia, Populonia, Volterra, Fiesole), ma tesoretti di monete rinvenuti nel territorio della colonia* (Capalbio, Montieri) fanno dedurre uno stato di emergenza latente. Nel 90 a.C., con la Lex Iulia, Cosa diventò municipium e i suoi abitanti ottennero la cittadinanza romana. Intorno al 71 a.C. la città fu saccheggiata e incendiata in circostanze fino a oggi rimaste ignote e restò pressoché abbandonata fino all’età augustea (20 a.C.), quando fu ricostruita, ma parzialmente e limitatamente alle aree d’ interesse pubblico (fòro e acropoli), riducendosi comunque a centro di culto.
All’inizio del II sec. d.C. si verificò un progressivo spostamento dell’abitato della collina alla valle sottostante di Succosa (da Subcosa), nei pressi del porto: un’iscrizione del 236 d.C. segnala, infatti, la fatiscenza degli edifici del fòro dovuta all’abbandono della città. Il centro amministrativo, istituito nel III secolo d.C. grazie al diretto intervento statale e definito nelle iscrizioni superstiti Res Publica Cosanorum, ebbe vita effimera se alla fine di tale secolo il centro era nuovamente abbandonato: restavano in vita, nell’area del fòro, solo una casa e un tempio dedicato a Bacco, da interpretarsi probabilmente come santuario rurale.
Ma dai dati delle recenti indagini di scavo sembra che l’organizzazione militare bizantina non sopravvivesse all’invasione longobarda: nel primo periodo longobardo è infatti attestato solo un povero abitato di tipo rurale, costituito da capanne sparse nell’area della città, mentre sull’acropoli manca qualsiasi traccia di frequentazione. In seguito Cosa-Ansedonia passò ai Franchi e, per volere di Carlo Magno, fu poi donata come feudo all’Abbazia delle Tre Fontane di Roma (805). A partire dal X secolo Ansedonia fu occupata da un nuovo insediamento fortificato (castello) posto sull’altura all’estremità orientale dell’antica città romana. Si tratta, appunto, del castello che nei documenti è nominato tra i possessi della potente Abbazia delle Tre Fontane. Tra il XII e il XIV secolo tutta l’area passò attraverso le alterne dominazioni degli Aldobrandeschi, della Repubblica d’Orvieto e infine della Repubblica di Siena, che la distrusse nel 1329.
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